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New York stories: 5 points e streetart, civiltà distrutte e risarcimenti.

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E se la storia della famosa “civilizzazione” fosse da intendersi al contrario?

Una volta per tutte vogliamo parlare dell’inciviltà di chi cancella un muro per buttare giù un palazzo che, nel frattempo, ha stratificato, come da rigore archeologico, una storia visiva e artistica strardinaria, diventando punto di riferimento?

Mi spiego meglio: non è che, per caso,  il concetto sfrenato e borghese, formale e ostruzionista di ogni forma di creatività, sia esso stesso la forma più bieca e abietta di sterilizzazione di una società?

Basta pormi e porvi domande, noi di sicuro ce ne poniamo troppe che rimangono senza risoluzioni divenendo vizi di forma.

C’era una volta, nel 1993, un gruppo di artisti, di writers che ebbero il permesso ed il lasciapassare da parte del proprietario di edifici in Davis Street, tale Jerry Wolkoff, di decorare le pareti esterne, rendendo 5Pointz una meta, oltre che suggestivamente strepitosa, coloratissima, un vessillo e un patrimonio che si distinguevaper il suo quantitativo immenso di street art.

Un’esplosione di fluidità e forme, di contenuti e simboli, di interventi e di storie che correvano sui muri, nei sottoscale, lungo cornicioni.  Un “attacco” che, inutile specificare, qualificò moltissimo il cuore di di Davis Street, imprimendo per circa vent’anni, una spinta propulsiva a rendere migliore le strade e ad elevare Long Island a quartiere residenziale.

Uno spazio autogestito che,vent’anni dopo,ha visto l’orrore.

Lo stesso Wolkoff, forse stanco e ormai avvezzo al valore incommensurabile del posto, decide di abbattere gli edifici per far posto a due grattacieli super “de lux”.  Si sa, la bellezza, di per sè non estimabile, non vale per molti più di un soldo speso male. E così, nel 2013, nottetempo e con la protezione della polizia durante questa violenta operazione di inciviltà, gli edifici vennero imbiancati e, nel 2014, nonostante le proteste del movimento di writers sostenuti  anche da Banksy, dati alle ruspe che conclusero lo scempio.

Dopo 4 anni,  la sentenza, emessa dal giudice federale di Brooklyn che prevede il risarcimento di 6,7 milioni di dollari a 21 artisti per i murales cancellati.

Consolazione magra e che non restituisce il maltolto e l’oscenità volgare dell’industria del mattone e della speculazione, della trivialità umana quando nega a se stessa i frutti di cui godere ma, almeno, ci dà sufficiente ampiezza di respiro sapere che la dea della giustizia, una tantum, pone l’ago della bilancia nel giusto e nell’esatto.